martedì 3 agosto 2010

Animali da Palcoscenico


La prassi per accedervi è di quelle serie.
Non è una cosa per tutti: se avete precedenti penali, siete tagliati fuori sistematicamente; niente cellulari; niente macchine fotografiche o videocamere (salvo autorizzazione speciale). Possiamo entrare solo muniti di voglia di sperimentare e lasciando a casa preconcetti e claustrofobie varie.
Se ce la fate a rispettare quanto detto per almeno un paio d'ore, sono sicuro che non ve ne pentirete.
La scenografia principale è il carcere prima ancora di quella studiata e realizzata per la rappresentazione di quest'anno, e gli attori, i protagonisti (termine in questo caso veramente fondamentale) sono i carcerati. Metà spettacolo si svolge all'interno delle celle stesse: anguste e opprimenti. L'aria che si respira dopo 10 minuti che più di 100 persone vi transitano è pesante.
Ma non ce ne accorgiamo quasi: qui il lavoro fatto è impressionate. Pareti, pavimento e soffitto sono liberati e abbattuti dalle parole dell'Amleto scritte in nero a mano su gigantesche pagine bianche. La musica e le voci dei protagonisti, amplificate da microfoni e casse, fanno eco ovunque. Siamo immersi in questo lucidamente folle incontro tra le disavventure della piccola e curiosa Alice e la Shaksperiana disgrazia di Amleto. I due viaggiano quasi a braccetto: Amleto vaga perduto di luogo in luogo, rincorrendo la sua pazzia e una distaccata Alice lo segue e lo osserva: è lui il Bianconiglio di questa storia, è lui che ci condurrà, attraverso la sua discesa nell'insanità mentale, in questo mondo di NON meraviglie.
E il suo regno, la mente, le certezze e la sua corte per sgretolarsi, hanno bisogno dello spazio aperto, ed è per questo che ci spostiamo anche nel cortile del penitenziario, dove immensi obelischi bianchi, i pilastri della certezza, crollano con tonfi assordanti, dove la stravagante corte apatica e distaccata, contribuisce a questa follia.
E noi pensiamo: finalmente la luce, finalmente l'aria, finalmente la libertà immaginata... Qui la claustrofobia e il disagio fisico possono invece raggiungere i livelli più alti: l'ambiente circostante è completamente bianco e il sole quando esce dalle minacciosi nubi, ci acceca e ci fa patire un caldo surreale. Loro, le Nubi, corrono veloci, possono passare un attimo ed andare via libere, spinte dal vento. Noi ora no, i carcerati, mai....
Vedere i protagonisti truccati, vestiti con pesanti abiti di scena, incuranti dell'intemperie, recitare la loro parte senza dare un minimo segno di cedimento e fatica, ci fa capire che nella prigionia forzata si possono imparare a ignorare anche i più basilari bisogni fisici.
Siamo noi, pubblico privilegiato, ad essere noiosi, viziati e coccolati dalle libertà che diamo da sempre per troppo scontate.
E il vero messaggio che ogni anno, Volterra Teatro, ci vuole dare, a prescindere da qualsiasi sia la scelta del pezzo teatrale, è proprio questo: "Mai dare per scontata la Libertà!" è un bene assolutamente prezioso, che per molti versi e in molti casi, sta pure scomparendo. Chi ha sbagliato è giusto che paghi, e se anche il privato cittadino (come me) non ci arriva a concederlo, è anche giusto che lo stesso essere umano che ha sbagliato, venga in qualche modo tenuto a galla dalla società che lo ha sì condannato, ma molto probabilmente anche abbandonato in tempi non sospetti.
La conclusione della pièce, è il momento liberatorio: c'è il contatto fisico tra i carcerati e gli spettatori, i primi portano le lettere che compongono le parole ai secondi, guidandoli per mano al centro, per poi lanciare in aria in senso di libertà, consonanti e vocali che compongono nel cielo parole all'apparenza senza senso, ma sicuramente casuali, non programmate, libere appunto...
loro, le parole....
ironico che al gesto liberatorio ci guidino loro, i carcerati. Loro che di li a poco torneranno nelle loro opprimenti celle, ci insegnano a noi, che saremo fuori appena lo vogliamo, cosa significhi LIBERTA'....

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