martedì 21 febbraio 2012

I MIEI 10 MIGLIORI DISCHI ITALIANI DI SEMPRE

si vede che in questo periodo ho voglia di "classificare"... e allora, visto che nel precedente post ho denigrato la classifica redatta da Rolling Stone, voglio provare a stilare la mia.
Il criterio di voto sarà dato da un tentativo di obiettività tecnica, di valutazione del valore musicale dell'album stesso nella storia della musica italiana e ovviamente, al di sopra di tutto, un personalissimo e opinabilissimo mix di legame sentimentale e di esperienza privata che riconduca allo stesso....


1° - Dell'impero delle Tenebre - Il teatro degli orrori - 2007
50 minuti di noise rock con forti picchi progressive, suonati con una potenza ed una precisione che in Italia forse non si erano mai sentiti. Finalmente qualcuno che non solo non ci mena le orecchie con le solite storielle cuore, sole e amore, ma che nemmeno prova a ripropinarci le ballatone da certi notti nella brughiera emiliana o le finte vite spericolate da clichè italiota. No qua finalmente si parla, anzi si grida, di ingiuste guerre, di compagne partigiane, di religione, di vizi e imperfezioni personali.. il tutto fatto in maniera teatrale dal carontico Capovilla, novello e demoniaco De Andrè che ci traghetta su impossibili tappeti creati dal superbo basso distorto di Giulio Favero che si altalena sulla miglior batteria italiana di sempre, quella di Francesco Valente, che con una cassa, un rullante, un timpano e due soli piatti riesce a darci una potenza di fuoco ritimico che nemmeno il migliore e più attrezzato dei batteristi metal potrebbe mai sognare di raggiungere.
Un disco che finalmente, dopo tanti anni, ci fa essere orgogliosi di essere italiani, capaci di produrre ottima musica per niente commerciale e lontana anni luce dalle Pausini dai Ferro e da tutto quel carrozzone assurdo che è diventata l'industria musicale nazionale.


2° - La voce del Padrone - Franco Battiato - 1981
Per me è la colonna sonora dell'infanzia. Classe 1978, mi sono goduto grazie ai miei, il Battiato degli anni migliori. E questo disco è come fosse il "best of" di sempre, con 7 pezzi che sono tutti entrati nella storia della musica: mentre l'Italia subiva l'invasione 80's pop di inghilterra e america, lui, il maestro Franco, era quello che, avanti decenni, dalla sua calda Sicilia ci traghettava verso le sperimentazioni sonore migliori, che hanno poi nettamente influenzato gruppi più recenti come BluVertigo e Subsonica. Non per nulla è stato il primo album italiano ha superare la cifra di un milione di copie vendute. Ad oggi, se avete la fortuna di andare ad un suo live, potrete vedere 60enni con figli 30enni che cantano a squarciagola i ritornelli di pezzi indimenticabili come Bandiera Bianca e Centro di gravità permanente: sono almeno 3 le generazioni che hanno goduto a pieno della genialità creativa del Maestro.

3° - Non al denaro, non all'amore nè al cielo - Fabrizio De Andrè - 1971
De Andrè è De Andrè, e sicuramente se dovessi prendere la produzione in toto dell'artista, salirebbe facilmente al primo posto della classifica dei migliori italiani di sempre. Unico ad avere affrontato da sempre temi spinosi come la religione, l'emarginazione, le disuguaglianze, le guerre, le ingiustizie e tutto ciò che di più scomodo e profondo c'era da affrontare nel nostro paese, collaborando con il fior fiore dei musicisti e autori dello stivale: PFM, Pagani, Piovani, Finardi e Bubola su tutti.
Il 5° Album in studio del genovese è per me l'emblema di tutto ciò che di migliore c'è nella sua musica: una ricerca accurata nei testi (tratti dall'antologia di Spoon River in Italia tradotti da Fernanda Pivano) dove si parla del diverso, del deriso, di quelle figure popolari che in qualche modo sono state negativamente etichettate dal paese e quindi dalla massa; una ricchezza musicale assoluta, grazie all'apporto fondamentale di Nicola Piovani e dell'orchestra da lui diretta: ascoltate con molta attenzione "Un ottico" e ditemi se non c'è genialità nell'intermezzo quasi progressive della canzone.
E poi c'è la voce di Fabrizio, per me la migliore italiana di sempre: quel suo tono basso, sporco e malinconico che ogni volta ti trasporta in un mondo parallelo.

4° - Tempi Bui - Ministri - 2009
Preceduto dal meraviglioso EP "La Piazza" questo è un altro piccolo gioiellino dell'era musicale italiana moderna. Il giovane trio milanese ha tutto ciò che serve per fare piglio sul pubblico: l'età, i riff che subito entrano in testa, una voce graffiata che urla con potenza non comune e pure la divisa (vera e propria) che fa molto clan, squadra affiatata e una serie di video molto ben realizzati.
Questo il lato delle apparenze, mentre sui contenuti non sono da meno: testi impegnati e mai banali, grinta e rabbia giovanile con un costante riferimento nostalgico ai maestri del settore, i Nirvana di Kurt Cobain.
Se avete voglia di ascoltare pezzi rock tirati, pogando e urlando frasi con un significato finalmente comprensibile e pure valido, questo disco è quello giusto: pezzi come "Bevo", "La Faccia di Briatore", "La casa brucia", "Diritto al tetto" e "Vicenza", vi faranno perdere la voce e guadagnare un ottimo dolore cervicale post headbanging.

5° - Fra la via Emilia e il West - Francesco Guccini - 1984
Lo so che un live è un pò come un best of e quindi non dovrebbe essere inserito in una classifica di album, però ho due ottimi motivi per farlo: il primo è che il Guccio, si assapora meglio live, con la sua fedele fiaschetta di rosso accanto alla sedia e i suoi mini sproloqui con la R moscia tra un pezzo e l'altro e poi è questo il disco (doppia musicassetta) che mio padre metteva sempre in casa la domenica o nei lunghi viaggi in auto.
Gustarsi di fila "canzone per un'amica", "il vecchio e il bambino", "canzone della bambina portoghese", "Eskimo", "Vedi cara" e "La locomotiva" è un'esperienza unica. Sentire come e quanto il nostro cantastorie sinistroide dia importanza alle parole, cercando di non cadere nella banalità della tipica struttura delle canzoni popolari che richiedono testi brevi, ripetuti e costruzioni musicali a schema è quasi commovente.


 6° - Il dado - Daniele Silvestri - 1996
Uno dei primi Cd doppi venduti al prezzo di uno, in pieno periodo di cd a costi stellari. L'album che ha poi fatto sdoganare il buon Daniele anche al pubblico più "esigente" dopo la sua rapida ascesa acquisita con il secondo album ed il singolo "le cose in comune" sponsorizzato alla grande dal solito Festivalbar.
Daniele con il Dado, ci conferma di essere uno dei (allora giovane) futuri parolieri della canzone italiana popolare: capace come pochi di giocare con parole e doppi sensi letterari, partendo da canzoni più impegnate come Cohiba passando per insolite cronache di miniodissee pugliesi (me fece mele a chepa) per giungere a viaggi più "interiori" come in B-sogno senza tralasciare ammicchi quasi Nirvaniani nel pezzo che da il titolo all'album: chitarre distorte e batteria decisa e potente. Insomma il buon Silvestri con le parole ci sa fare, e lo si capisce anche dall'importanza che dà alle stesse nel modo in cui le scandisce, all'importanza che a volte un accento differente ha, cambiando totalmente il significato di un termine.

7° - Hai paura del Buio? - Afterhours - 1997
Il singolo quasi punk "sui giovani d'oggi ci scatarro su" è una fotografia perfetta degli adolescenti sedicenti "alternativi" del periodo: serate passate nei centri sociali, capello dread, anfibietti dr martins colorati e tanta finta voglia di ribellione, che poi affogava nella tranquillità economica dei generosi paparini che provvedevano a vizi e stravizi dei pargoletti. Era la famosa generazione X, una generazione con pochi e vuoti ideali rappresentati più nel look che nei contenuti.
Manuel è colui che fa il cattivo o il buono tempo di tutta la band: la sua voce, la sua grinta, la sua evidente follia artistica ne fanno uno dei pochi veri frontman degni di questo nome presenti nell'italico stivale.
In questo album c'è un pò di tutto, si passa dal punk all'hardcore, senza tralasciare pezzi pop rock ("voglio una pelle splendida" è una canzone che una volta entrata in testa ti rimbomba per giorni e giorni come un martello pneumatico) fino a ottimi riferimenti seattleiani era grunge con tracce come "Male di miele". I pezzi proposti sono poi ben 19, a simbolo di un momento davvero ispirato e prolifico della band, e fa un pò sorridere ritrovarci oggi, in piena era Monti, un pezzo sarcastico come "Questo pazzo pazzo mondo di tasse". Per capire poi come e quanto album come questo abbiano influenzato generazioni di giovani rocker a venire, basti pensare che quello che per me è il miglior album degli ammiccanti Verdena, "Solo un grande sasso", sia proprio stato prodotto dal nostro Agnelli.

8° - La vida que vendrà - 99 posse - 2000
La posse napoletana guidata da "O Zulù," con l'ausilio vocale di Meg, per me diventa una band che nulla ha da invidiare alle patinatissime e vendutissime pseudo band hip hop di successo mondiale; chi poteva pensare che la presenza femminile addolcisse un minimo le cose, si sbagliava di brutto: Meg sembra a volte più sguaiata e incazzosa dei compagni maschietti. 
I 99 ci regalano 14 pezzi con sonorità talmente accattivanti da poter essere tutti potenziali singoli, senza mai perdere la grinta dimostrata già nei ben 5 precedenti album e continuando a scavare in quel che di marcio c'è nel nostro paese e nel suo sistema: la copertina è già chiara, ci aspetta una sana guerriglia, vocale, ma sempre di guerriglia si tratta, e allora non c'è freno che tenga al fiume di parole che i due riescono a inanellare nei loro testi. Tutti oggi si sorprendono per fenomeni come Fabri Fibra o Caparezza, ma se c'è qualcuno che ha spianato loro la strada verso il grande pubblico, assieme al coraggioissimo Frankie HNRG ci sono sicuramente i 99 Posse.

9° - Terremoto - Litfiba - 1993
Ovvero quando Firenze, e quindi la Toscana, erano il centro dell'esperienza rock italiana. I Litfiba sono stati tra i primi a sdoganare il rock vero al grande pubblico italiano: le schitarrate di Ghigo sulla potente voce di Pelù sono state forse le  prime melodie rock a diventare "tormentoni" per tutti. Terremoto è il sesto album della band, e su sonorità a volte quasi metal (anche la cover dell'album nulla ha da invidiare alle copertine dei vari Metallica o Megadeth) ci sono ancora (sto parlando della mia classifica) tematiche importanti a livello sociale e politico (siamo in piena era tangentopoli) in pezzi come "Dimmi il nome" e "Dinosauro"; insieme a pezzi più duri e tirati ci sono due delle loro migliori ballate di sempre, la prima è quella che parla del servizio militare "Prima guardia" e l'altra, la mia canzone preferita di sempre del gruppo fiorentino: "Fata Morgana".
Pelù è al limite della sua evoluzione vocale, non è ancora diventato l'imitazione di se stesso, e il suo modo unico di vocalizzare in maniera quasi estrema, alla James Hetfield, in questo album è perfetto per i suoni pesanti del resto della band.
Dopo il gruppo toscano non raggiungerà più gli apici toccati da questo disco, e andrà verso un lento declino qualitativo (a cui però corrisponderà ancora un buon successo commerciale) che porterà poi al lungo scioglimento della band da poco riunitasi: Ghigo e il fantasma dei Litfiba da una parte, Pelù e le sue svisionate un pò troppo commerciali dall'altra.

10° - Ligabue - Ligabue - 1990
L'esordio del rocker reggiano è di quelli col botto: quando a un'inizio di percorso musicale corrisponde subito l'apice, dopo è davvero difficile rimanere credibili, Ligabue lo è rimasto per altri 3 album, per poi perdersi nel tragico mondo facile del "copia-incolla" di se stesso iniziato con "Buon Compleanno Elvis".
Ma qua siamo lontani anni luce dai soldi a palate qualsiasi cosa si scriva, e si sente a pieno la genuinità delle storie che ci racconta, il bancone del "Bar Mario" sembra davvero reale, i "Sogni di R&R" tangibili e del "Freddo cane della palude" pare di sentirne anche noi l'intemperia. 
Basterebbero due pezzi come "Piccola stella senza cielo" e "Non è tempo per noi" per far rimanere questo disco nella storia della musica italiana, ma gli altri 9 pezzi non sono da meno. Si respira una inconsapevolezza dell'autore costante, si incidono cioè grandi pezzi senza intenzione, senza premeditazione, ed è questo che fa di un disco un grande disco, c'è poco da fare, Luciano ci parla di sue esperienze reali, di cose realmente provate e lo fa con naturalezza. Se tutti riuscissero sempre a seguire queste linee guida, senza dover inseguire le case discografiche ed i loro contratti, il bisogno di vendere a tutti costi e di scrivere almeno 2-3 singoli da video per ogni album, magari la musica italiana avrebbe livelli di qualità maggiori rispetto agli attuali standard.

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